27 marzo 1978: nel giorno di Pasqua la prima lettera di Aldo Moro dalla prigionia

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La Pasqua si vive in famiglia. E’ la festa della famiglia. E’ nel giorno di Pasqua, il 27 marzo 1978,  che Aldo Moro scrive la sua prima lettera dalla prigionia. La lettera è per Eleonora, la moglie, sua sposa da 33 anni.

Mia Carissima Noretta,
vorrei dirti tante cose, ma mi fermerò alle essenziali. Io sono qui in discreta salute, beneficiando di un’assistenza umana ed anche molto premurosa. Il cibo è abbondante e sano (mangio ora un po’ più di farinacei); non mancano mucchietti di appropriate medicine. Puoi comprendere come mi manchiate tutti e come passi ore ed ore ad immaginarvi, a ritrovarvi, ad accarezzarvi. Spero che anche voi mi ricordiate, ma senza farne un dramma. E’ la prima volta dopo trentatré anni che passiamo Pasqua disuniti e giorni dopo il trentatreesimo di matrimonio sarà senza incontro tra noi. Ricordo la chiesetta di Montemarciano ed il semplice ricevimento con gli amici contadini.

La semplicità risplende come oro nel mondo. E’ quando qualcosa o qualcuno ci manca che ne riscopriamo l’importanza. Fu così certamente per Aldo Moro. In un contesto di grande sofferenza nel quale si rompe “il ritmo delle cose” è impossibile per lui non vedere risplendere la tenerezza e la bellezza della famiglia. Nell’angusta e bianca parete della sua cella scorrono come un film, i ricordi della sua vita quotidiana.

Ma quando si rompe così il ritmo delle cose, esse, nella loro semplicità, risplendono come oro nel mondo. Per quanto mi riguarda, non ho previsioni né progetti, ma fido in Dio che, in vicende sempre tanto difficili, non mi ha mai abbandonato. Intuisco che altri siano nel dolore. Intuisco, ma non voglio spingermi oltre sulla via della disperazione. Riconoscenza e affetto sono per tutti coloro che mi hanno amato e mi amano, al di là di ogni mio merito, che al più consiste nella mia capacità di riamare. Non so in che forma possa avvenire ma ricordami alla Nonna. Cosa capirà della mia assenza? Cose tenerissime a tutti i figli, a Fida col marito, ad Anna col marito ed il piccolino in seno, ad Agnese, a Giovanni, ad Emma.”

La politica non si fa da soli. La famiglia Moro ne è tutta coinvolta. E’ sorprendente leggere le parole della figlia Maria Fida. Merita di essere letto tutto d’un fiato questo bellissimo ed appassionato racconto della figlia dello statista democristiano. Avevo compiuto trentuno anni da qualche mese, quando sequestrarono papà. Luca, mio figlio, aveva solo due anni. La settimana prima di quel maledetto 16 marzo, passai tutte le notti a piangere. Senza sapere un perché. Avevo il presentimento che stesse accadendo qualcosa di catastrofico, di irreparabile. Se dovessi descrivere con un ‘immagine il mio stato d’animo…ecco, direi che ero sovrastata da una nube rosso sangue. Si una nube rosso sangue, questa è l’associazione che mi viene spontanea. In realtà, in famiglia pensavamo che un evento terribile fosse nell’ordine delle cose”.

Il ricordo delle piccole cose quotidiane, degli affetti familiari e delle relazioni amicali. Non sembra una lettera dalla prigionia. Sembra più una telefonata, delle raccomandazioni di chi sta per tornare a casa.

Agnese vorrei chiedere di farti compagnia la sera, stando al mio posto nel letto e controllando sempre che il gas sia spento. A Giovanni, che carezzo tanto, vorrei chiedessi dolcemente che provi a fare un esame per amor mio. Ogni tenerezza al piccolo di cui vorrei raccogliessi le voci e qualche foto. Per l’Università prega Saverio Fortuna di portare il mio saluto affettuoso agli studenti ed il mio rammarico di non poter andare oltre nel corso. Ricordami tanto a fratelli e cognati ed a tutti gli amati collaboratori. A Rana in particolare vorrei chiedere di mantenere qualche contatto col Collegio e di ricordarmi a tutti. Mi dispiace di non poter dire di tutti, ma li ho tutti nel cuore. Se puoi, nella mia rubrichetta verde, c’è il numero di M.L. Familiari, mia allieva. Ti prego di telefonarle di sera per un saluto a lei e agli amici Mimmo, Matteo, Manfredi e Giovanna, che mi accompagnano a Messa.

…una camicia da ritirare in lavanderia.

“Ed ora alcune cose pratiche. Ho lasciato lo stipendio al solito posto. C’è da ritirare una camicia in lavanderia. Data la gravidanza ed il misero stipendio del marito, aiuta un po’ Anna. Puoi prelevare per questa necessità da qualche assegno firmato e non riscosso che Rana potrà aiutarti a realizzare. Spero che, mancando io, Anna ti porti i fiori di giunchiglie per il giorno delle nozze”.

Una folla, una moltitudine di giunchiglie dorate danzano nella stanza della prigionia di Moro. Leggendo la tenerezza del pensiero per le nozze della secondogenita Anna non può non rivenire alla mente la bellissima poesia di Wiliam Wordsworth:

“Vagavo solo come una nuvola
che galleggia in alto, oltre valli e colline,
quando all’improvviso ho visto una folla,
una moltitudine di giunchiglie dorate,
accanto al lago, sotto gli alberi,
svolazzare e danzare nella brezza.

Continue come stelle che splendono
e scintillano sulla via lattea,
si stendevano in una linea infinita
lungo il margine di una baia.
Ne vidi diecimila a colpo d’occhio
che scuotevano le teste in una danza vivace.

Le onde ballavano al loro fianco ma loro
superavano le scintillanti onde in allegria
un poeta non poteva che essere felice
in una compagnia così gioconda
io le fissavo sempre di più ma pensavo poco
alla ricchezza che quello spettacolo mi aveva portato
perchè spesso, quando sto sdraiato sul mio giaciglio
distratto o pensoso,
loro lampeggiano su quell’occhio introspettivo
che è la beatitudine della solitudine
allora il mio cuore si riempie di piacere
e danza con le giunchiglie.”

La giunchiglia un fiore considerato come un potente portafortuna e augurante felicità perché i suoi fiori sbocciano non appena l’inverno inizia a recedere annunciando idealmente tutte le bellezze che la primavera è in grado di portare con sé.  Una primavera che Aldo Moro non vedrà mai  più.

Sempre tramite Rana, bisognerebbe cercare di raccogliere 5 borse che erano in macchina. Niente di politico, ma tutte le attività correnti, rimaste a giacere nel corso della crisi. C’erano anche vari indumenti da viaggio.
Ora credo di averti stancato e ti chiedo scusa. Non so se e come riuscirò a sapere di voi. Il meglio è che per risponderne brevemente usi giornali.
Spero che l’ottimo Giacovazzo si sia inteso con Giunchi.
Ricordatemi nella vostra preghiera così come io faccio.
Vi abbraccio tutti con tanto tanto affetto ed i migliori auguri.
Vostro Aldo

P.S. Accelera la vendita dell’appartamentino di nonna, per provvedere alle necessità della sua malattia.

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